Pittore acquerellista, ha partecipato a varie personali, collettive e premi di pittura.
Allievo del maestro Pio Rossi dal quale apprende i segreti della tecnica che ha saputo poi così abilmente adoperare.
Nato a Cavarzere (VE) il 29/12/1939, vive da molti anni a Pordenone. Nel cuore porta i ricordi e le immagini della sua terra che rappresenta nei suoi acquerelli.
Diacono dal 2000 presta servizio in parrocchia e si dedica con delicata attenzione alla visita dei malati all’ospedale di Pordenone e alla via di Natale al CRO di Aviano.
settimanale "Il popolo" 28/10/2001
Conosco Mario da molto tempo, lo conosco come amico e come diacono, perché frequentiamo la medesima parrocchia, ma non lo conoscevo come pittore. Vagamente sapevo di questa sua attività per averne altri parlato e lui stesso accennato, ma senza dame alcuna importanza. La curiosità mi ha portato a casa sua, una casa semplice e accogliente, appartata in mezzo al verde dove Mario è solito lavorare, o meglio dedicarsi a quello che egli chiama il suo miglior passatempo: la pittura. Ma è un passatempo radicato nel tempo, coltivato negli anni, cosi da divenire una passione, passione dell’arte appresa non nelle accademie, ma nello studio di un noto pittore residente a Pordenone il quale, in poche lezioni, gli diede i primi rudimenti dell’arte. E poi Mario proseguì da solo il suo cammino, attingendo ad una esperienza attenta e sensibile, monta a cogliere gli aspetti “crepuscolari” del paesaggio. E questo, attraverso la tecnica dell’acquarello che consente con velature di colore di esprimere meglio una sensazione delicata, uno stato d’animo di tenue malinconia, quale è dato notare nelle composizioni migliori ideate da Mario. Con il tono cortese che lo contraddistingue e con quella modestia che lo caratterizza, Mario si rivela un ammiratore di Turner, il grande pittore inglese che attraverso le estetiche del sublime e del pittoresco, pervenne ad una visione libera e lirica del paesaggio. Lo seppi dopo una mia osservazione: “Questo quadro mi ricorda certa pittura inglese”. E Mario: «A me è sempre piaciuta l’arte inglese, in particolare quella di Turner». I suoi paesaggi infatti presentano effetti atmosferici nei quali la realtà si dissolve in una dimensione dove la luce si effonde, così da creare tonalità cromatiche le più diverse ed anche suggestive. Sono i paesaggi della nostra terra, della terra veneta così ampia nelle sue solitarie distese di acque e di canali, di canneti e di golene che sembrano dissolversi alle prime nebbie autunnali. In altri paesaggi alberi alti e sottili scandiscono la profondità della pianura fino alle propaggini dei monti dal profilo sfumato e lontano, oppure acque stagnanti, quasi uno specchio alla luce tenue del cielo per sottolineare uno stato d’animo inquieto per quel senso di malinconia che vi alberga; o montagne che si elevano candide nella limpidezza cristallina di un cielo terso al quale il lume riflesso della neve concede un fascino che desta stupore. Montagne alte in un silenzio profondo e raccolto che si presentano al nostro sguardo in tutta la loro bellezza sottolineata dalle più diverse tonalità di bianco, quasi irreali nel loro candore. Paesaggi dunque che dal piano trascorrono al monte, che gli alberi accordano ai canali, il bosco al cespuglio e che spesso tutto trascolorano. Ma anche fiori dai colori tenui e vivaci, immersi nella luce e, in particolare, uno splendido mazzo di margherite bianche su fondo bianco. E un delicato, quasi impercettibile trapasso di tonalità argentee che esaltano il colore diverso dei fiori i cui bianchi petali formano sottili corone, come cerchi che si espandono e si dilatano per svanire in una dimensione senza precisi confini. E poi un volo di candide colombe che si elevano in un cielo profondo come frammenti luminosi in una atmosfera che invita lo sguardo e sollecita l’attenzione a vedere in quel rapido volo la presenza di un valore simbolico reso non solo con originalità ma anche con viva partecipazione. Una pittura quella di Mario, che si dedica anche alla ceramica, immediata e spontanea, ricca di spunti originali, soffuse da un senso di malinconia e “crepuscolare”, non nel senso letterale del termine ma per quel senso di abbandonata tristezza che l’avvolge.
Giulio Ragazzoni
galleria mignon - treviso
Vi è una sottile poesia negli acquerelli di Mario Ferrari, una poesia intessuta di delicata malinconia, come rincorsa in un sogno senza affanni, beato e ristoratore.
Ricorrendo ad una tecnica non certo tra le più facili, né tra quelle di più immediato effetto, questo giovane artista friulano rievoca i paesaggi per trasparenze, dentro una girandola di sensibilità pacata, misurata, come in una scrittura controllatissima, senza svolazzi o impennate, senza drammi né ricerche frastornanti.
Un pennello, il suo, che va ad intingersi in colori «castigati», opachi, più aderenti ad un sentimento di idillio che ad un inquadramento ufficiale nelle mode oggi così ricorrenti.
Con una semplicità a volte perfino disarmante, velata di un gusto di timida riflessione, egli dipinge montagne, valli, colline, campagne senza la presenza dell’uomo: e se mai c’è questa presenza essa è offerta dalle case, case di villaggi rustici, appena intravviste sotto colpi di sole o avvolte nel silenzio di brume invernali, in un ampio respiro di boschi e di prati.
Questi acquerelli di Ferrari, quasi appunti in un malinconico diario di vacanza o di viaggio, quasi rilevamenti geografici di una natura che si impone nella sua realtà più intima senza venirne trasfigurata o modulata su altri sentimenti innovatori, dimostrano chiaramente che Mario Ferrari vive nel cuore delle suggestioni più profonde, come un contemplatore che viene preso dagli spazi e dalle visioni e cerca di tradurre i suoi sentimenti in colore, quasi atonale, poiché è molto più importante «capire» che «dire» sviscerando ogni cosa.
Adriano Màdaro
galleria mignon - treviso
La pittura di Ferrari, ha detto il professor Pilo manifesta nelle sue scelte tematiche e tecniche una sostanziale coerenza con la sua matrice poetica. Il ricordo dei paesaggi brumosi e intimamente malinconici del basso Adige e del delta del Po si visualizza sulla carta intrisa della stessa umidità dei luoghi con una aderenza perciò quasi fisica, avvolgendo l’immagine in una mobilità di atmosfere luminose colorate e cangianti che ricordano le iridescenze pulviscolari di Turner.
M. Pilo